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Riborsia: un torrente è per sempre!

Due pazzi all’avventura, per scoprire le cascate meravigliose di questo fiume dalle mille sorprese!




Pomeriggio. Inizio maggio. Prima esplorazione ufficiale di Mai Fermi.


Siamo partiti dal ponte che c’è subito dopo il parcheggio per scendere allo Zerbale, parcheggiando la macchina qui (coordinate GPS), sulla SS310 per andare in Campigna. Non abbiamo preso per il fiume Bidente perché un amico, Emanuele, ci ha detto di prendere il suo affluente di sinistra.


Torrente Riborsia, si chiama così, perché là, e qualche km dopo lo avremmo scoperto, riposano le ossa di un antico mulino, il Mulino Riborsia appunto: ci sono ancora i sassi delle vecchie pareti del canale artificiale che probabilmente un tempo alimentavano la ruota del mulino. Costeggiano il fiume per un centinaio di metri e separano l’acqua da un bosco di faggi sottili e vicini l’un l’altro, che grazie al vento e agli uccellini, sembra chiacchierino tra loro.


Ma torniamo alla partenza.

Dopo essere scesi al torrente, 200 mt e subito davanti a noi la prima cascata. Anziché aggirarla dal sentiero, carichi a mille, ci arrampichiamo con l’aiuto di qualche ramo.

Sopra di noi un vecchio ponticello e sopra di lui il cielo.

Sotto di noi la roccia scivolosa e tanta acqua, che scorre.



Pozze e cascate dove rilassarsi, già da subito

Continuiamo a camminare e da lì, per più di un km si susseguono tante cascatelle, con pozze più o meno profonde dove fare il bagno e rilassarsi. Il tempo non è dalla nostra parte (nuvole, tante nuvole).


Io e il Cava ci guardiamo e ci intendiamo subito: il bagno si fa, ok (nessuno dei due teme il freddo) ma dove merita davvero! Emanuele ci ha parlato di una cascata di oltre 10 mt. Se la troviamo, è lì che ci si tuffa. Fatti i primi 2 km e mezzo ancora niente.


Il fiume è fresco e tiene le gambe attive. Non si stancano, non si appisolano mai e la sensazione di refrigerio costante è spettacolare. Se continui a camminare il sangue scorre e scalda tutto, in un equilibrio perfetto.


Poi, svoltato l’angolo, eccola. Finalmente lei, sua maestà la cascata: più di 10 metri di acqua che scivola giù, gettandosi in una pozza che brilla, specchiando i raggi di un sole che, gentile, ha fatto capolino tra le nubi.



Neanche mezzo minuto dopo e siamo già svestiti, pronti a tuffarci. L’acqua è fredda, e passato l’ombelico inizi a sentirla davvero. Ma siamo accaldati, e quella sensazione ci fa bene.


Guardo il Cava, sta sorridendo beato e so di avere la stessa espressione!


Ci sentiamo come se fossimo i primi ad aver raggiunto quel luogo magico, come se oltre noi quella cascata non si fosse mai fatta vedere da nessun altro. E in quel momento attorno c’è solo natura, alberi verdi, acqua, rocce, qualche rospo curioso e le montagne. Potremmo essere ovunque nel mondo: in Nepal, in Canada, in Australia, e invece no, siamo nella nostra bella Romagna. Ma quanto siamo fortunati ad essere nati e cresciuti qui, nella terra della piadina e del sangiovese, che anche questa volta ha saputo regalarci un paradiso nascosto?!



Dopo la cascata di Riborsia, inizia la sfida

Fatto il nostro bagno ci rivestiamo e iniziamo a capire come risalire il fiume. Attorno a noi solo pareti: scalare la roccia è improponibile, troppo alta e scivolosa.


L’unico modo per aggirare la cascata evitando di tornare troppo indietro e andare verso sinistra, salendo tra alberi e radici, che si trasformano in appigli.

Quando il respiro si fa più veloce e affannato basta mantenere alta la concentrazione. Servono solo un paio di minuti ma bisogna stare molto attenti.


Arrivati in cima c'è un’altra cascata. Sentiamo il suo grido: anche questa è molto alta e spettacolare e l’acqua, che ha modellato le rocce e sinuosa scende come fosse un serpente, si tuffa in una pozza profonda, meno ampia, più intima e riservata della precedente, ma comunque molto bella.

Questa volta passiamo da destra per risalirla, su per il bosco, senza troppa difficoltà.




Tra chiacchiere e risate il tempo vola

Le gambe stanno bene, l’energia è ancora tanta. Sulla mappa abbiamo visto un sentiero più avanti, sulla destra idrografica del fiume, che potrebbe condurci a un altro affluente per poi ritornare alla macchina, triangolando la nostra escursione.


Passa un’altra ora. Niente.

Non c’è traccia del sentiero.

Andiamo ancora avanti.

Niente.


Il cielo sta cambiando colore. Anche il bosco inizia a vestirsi di scuro. Poi a un tratto un solco nel terreno, il prato che si dirada lungo una linea. Forse è lui. Iniziamo a camminare, allontanandoci dal fiume e inoltrandoci tra gli alberi fitti. Sono passate 4 ore o poco più dalla nostra partenza. Senza dircelo, sappiamo già che torneremo tardi, molto più tardi di quanto avremmo voluto.




Con il buio vero inizia la paura

Sei nel bosco.

Non vedi praticamente nulla che non sia ciò che è illuminato dalla torcia.

Non hai cibo. L’acqua non è più tanta.


Potrebbe diventare freddo e tu hai addosso solo una maglietta ed è pure mezza bagnata.


La testa inizia a girovagare, di qua una paranoia, di là un rumore strano che diventa un animale feroce.


Quello che speriamo sia il sentiero continua a salire. Si snoda tra rovi, buchi, sassi, terra che si sgretola e tratti lungo il bordo della roccia, in pendenza, con sotto il vuoto.

Basta inciampare, scivolare, fare un passo di troppo e si rischia di non tornare a casa.


Il bosco si fa più denso, i tronchi e i rami si intrecciano tra loro e la strada sparisce nel nulla.


Sempre senza dircelo, sappiamo che non può essere quello il sentiero della mappa, ma solo la strada creata dal passaggio di qualche animale. Ci siamo persi.


Poi penso: no! Respira Vale, re-spi-ra.



La voce dell’acqua

Senti il fiume che sussurra, ascoltalo anche se è lontano.

Fino a che lo senti, sai che la strada per tornare è là.


E così facciamo: ritorniamo sui nostri passi, richiamati dall’acqua. Senza sentiero, è lei l’unica via per tornare. La discesa è incerta. Scoscesa. Alla nostra altezza, solo le punte delle chiome degli alberi, cosa che fa presagire che siamo ancora troppo in alto.


Per rompere il silenzio e l’inquietudine, io e il Cava iniziamo con le battute sulla morte imminente o un qualche elisoccorso che verrà a salvarci l’indomani mattina. O su chi sarà il cacciatore che troverà tra un mese i nostri cadaveri! Ognuno si calma a modo suo dopotutto…


Alla fine vediamo il fiume davanti a noi! Trenta metri di rovi e spine ci separano da lui ma è un compromesso da nulla. Anche adesso che guardo le mie gambe tutte graffiate, se dovessi, rifarei la stessa identica cosa. E, a pensarci, mi sento come un’amazzone, con le sue cicatrici che sono medaglie.


Nel fiume, io e il Cava, ci abbracciamo. Sappiamo che il peggio è passato. L’ansia, che fino a poco prima bruciava, si spegne toccando l’acqua, e ora ce la possiamo anche godere!


Ci fermiamo su un sasso liscio, che per qualche minuto diventa il nostro giaciglio. Lasciamo andare le ultime briciole di tensione, spegniamo le torce e guardiamo su. Si vedono i rami neri, le foglie nere, il cielo nero.


Quando gli occhi si abituano mi accorgo delle stelle, che diventano come lucciole bellissime, puntini luminosi che bucano il nostro soffitto.


Tra tutta quell’oscurità e quel silenzio, all’improvviso mi sento al sicuro. E viva. E felice. Mi sono commossa nell’osservare tutta quella bellezza. Nel sentirmela addosso, dentro e fuori da me.


E ho capito che ero dove dovevo essere, lì, con il Cava, fratello di avventure, guerriero impavido dal cuore grande, amico paziente che mai mi ha fatto dubitare che saremmo riusciti nel nostro intento di proteggerci l’un l’altro, in quella parentesi di mondo tutta e solo per noi.


Ripercorrere il fiume al contrario è stata una passeggiata, tra rospi addormentati, gamberi di fiume e sghignazzi nel ripensare a quanto successo, allegri come bambini che tornano da un’esplorazione pazzesca.





Ogni viaggio è una scoperta. Ogni luogo una storia. E ogni posto, nuovo o conosciuto che sia, rende vivi i tuoi occhi, ma non solo.

Fa qualcosa alla tua mente. Come un incantesimo da cui diventi dipendente. Scuote il cuore. Ti dà un indizio in più per capire chi sei e perché sei qui.


Esplorando fuori, esplori dentro. E ogni volta torni con qualcosa in più, una possibilità prima sconosciuta all’esistenza, un tassello di vita che si aggiunge e ti trasforma.


Quando ritorni da un’esplorazione, un viaggio, un’avventura, non sei mai la stessa persona che è partita.



 


Consigli prima di avventurarsi

Partite la mattina, meglio se presto.

Anche se i km non sono tanti, nel fiume che va a zig zag ed è tutto sconnesso, si moltiplicano. Molta strada è da fare proprio camminando nell’acqua, perché il bosco attorno è spesso fitto (e pieno di rovi) quindi si consigliano scarpe da trekking idonee anche sui sassi scivolosi. Camminate piano, guardando bene dove mettete i piedi. L’escursione è tosta e sconsigliamo di avventurarsi senza una guida esperta o senza esperienza di torrentismo.


Molto meglio avere lo zaino leggero così non vi sbilancia. Indispensabili sono, oltre all’acqua, un cambio calzetti e un cambio pantaloni (che potete anche lasciare in macchina per rivestirvi al ritorno), un telo, qualcosa di nutriente (frutta secca, frutta, panini, piadina - siamo in Romagna quindi avete l’imbarazzo della scelta) e una TORCIA! Eh sì, basta perdere di vista un attimo l’orologio e il tempo scorre ancora più veloce dell’acqua e può far buio in un attimo. Senza torcia siete spacciati. Con la torcia invece, basta non andare in panico e continuare a seguire il fiume. Lui, l’adrenalina, la vostra attenzione e l’istinto di sopravvivenza vi riporteranno a casa sani e salvi.


Noi comunque per la prossima volta ci attrezzeremo con un GPS con mappe integrate. Dalla serie… Meglio vivi che mangiati da un lupo!